Mindfulness e pensiero orientale

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“La meditazione basata sulla consapevolezza ha conosciuto una sempre più ampia diffusione nella società in questi quindici e più anni. Sempre più persone intraprendono questo semplice cammino verso un maggiore equilibrio mentale e un maggiore benessere. Possa la vostra pratica della consapevolezza crescere e fiorire e nutrire la vostra vita e il vostro lavoro momento per momento e giorno per giorno.” Jon Kabat–Zinn (2004).

 

Con queste parole l’autore, famoso per il suo programma di adattamento terapeutico dei concetti del buddismo Zen, introduce il tema fondamentale nella pratica della Mindfulness: la consapevolezza.

Egli ritiene che coltivare l’attenzione nel momento presente possa allontanare lo stress prodotto dalla vita di tutti i giorni ed ottimizzare le nostre energie per trasformare la nostra realtà. La fusione tra mente-corpo e respiro porta l’individuo ad un sentire più profondo e ad una migliore coscienza di se stessi.

Questo discorso è assolutamente condivisibile, se non fosse per il fatto che spesso chi pratica la meditazione si irrigidisce nelle proprie posizioni e considerazioni senza avere la capacità di comprendere le esigenze degli altri.

Accade in occidente che i concetti espressi nelle filosofie orientali vengano traslati nella nostra cultura come principi assoluti e peggio ancora interpretati attraverso il metro di giudizio cristiano cattolico. Spesso dimentichiamo che viviamo in una società che manifesta anche altre esigenze e che sarebbe necessario integrare queste esigenze con la pratica della meditazione. Invece spesso si assiste ad una sorta di chiusura data dal fanatismo nell’applicazione dei precetti mal interpretati di queste discipline.

Zinn ci istruisce nella prassi da eseguire durante la pratica meditativa: la mente svolge un ruolo sia attivo che passivo, da una parte indirizza attivamente la concentrazione verso un solo oggetto (così da soddisfare i tre canali percettivi; la percezione, l’udito e la visione) dall’altra contribuisce al bisogno automatico di apertura che porta, passivamente, al fluire di pensieri intrusivi. E’ importante a questo punto non cercare di allontanare volontariamente queste idee ma lasciarle scorrere, riportando l’attenzione al momento presente. Processo attivato anche grazie alla capacità di non trattenere il respiro ma di lasciarlo fluire liberamente.

E il corpo che ruolo ha?

Nella meditazione giapponese la posizione corporea ha un ruolo importante nell’assecondare tale processo e sedersi in Za Zen diviene fondamentale (dal giapponese “za”, sedersi, e “zen”, vuoto). La meditazione ha radici antiche, diverse sue forme esistevano già prima della nascita del Buddha Gotama e nel Buddhismo la pratica consistente è lo stare seduti nella sua medesima postura nel medesimo stato di corpo e mente, vivendo l’esperienza del Dharma, la semplice realtà che sta di fronte a noi, tale quale, senza più il minimo filtraggio dal pensiero, la speranza, le intenzioni, le ambizioni, i gusti ed i disgusti. (Eido Michael Luethcford, 2003).

Per il creatore della Mindfulness è fondamentale partire dalla consapevolezza aristotelica del “sapere di non sapere” al fine di non intrappolare la mente nel giudizio che spesso è escludente e discriminante ma è anche altrettanto importante ascoltare le tensioni del corpo. Esse sono il metro di giudizio per comprendere la tensione che abbiamo accumulato. Solo ascoltando questa tensione saremmo in grado di lasciarla andare.

 

I nove pilastri della Mindfulness

Analizzando i costrutti fondamentali della Mindfulness è possibile notare ulteriori punti in comune con il pensiero orientale.

 

  • Il non giudizio: La pratica della consapevolezza richiede solo che facciamo attenzione e guardiamo le cose così come sono, senza la necessità di cambiare nulla. Coltiviamo la consapevolezza assumendo l’atteggiamento di testimoni imparziali nei confronti della nostra esperienza.
  • Pazienza: Un bambino può provare ad aiutare una farfalla a uscire dalla crisalide aprendo il guscio: ma questo aiuto non è particolarmente benefico per la farfalla”, una metafora che spiega bene ciò che il praticante deve evitare. Il desiderio di riuscire in tempi brevi e ottenere dei risultati immediati poco si adatta a questa disciplina che ha bisogno di pazienza e perseveranza anche se riuscire ad ammaestrare il pensiero non è cosa facile e prevede un grosso impegno.
  • Coltivare la mente del principiante: I nostri pensieri e le nostre presunte conoscenze ci impediscono di vedere le cose così come sono. Tendiamo a dare per scontato il quotidiano e perdiamo di vista la straordinarietà dell’ordinario. Una mente che è disposta a guardare ogni cosa come se la vedesse per la prima volta ci porta a considerare le esperienze come preziosi veicoli di conoscenza e a non discriminare l’esperienza stessa.
  • Fiducia: Essere fiduciosi verso le nostre sensazioni ci aiuta a non lasciarci condizionare dalle considerazioni altrui. In questo si riflette il principio di individuazione. Rispettare il corpo nel proprio sentire ci insegna a non forzare e a non superare i nostri limiti. Grazie a questa assunzione di responsabilità verso noi stessi impariamo ad ascoltarci e ad avere fiducia nel nostro essere.
  • Non cercare risultati: Questo precetto ci libera dall’ansia della ricerca di un esito nella nostra investigazione. La meditazione è non fare. Non ha altro scopo che quello di permetterci di essere noi stessi. Noi siamo già quello che dobbiamo essere. Sembra un paradosso e una follia ma questo paradosso può indicarci un nuovo modo di rapportarci con il nostro mondo. L’assenza di giudizio verso i nostri stati d’essere è fondamentale per progredire e ogni percezione dovrebbe essere semplicemente ascoltata, osservata e oggettivizzata.
  • Accettazione: Spesso arriviamo all’accettazione solo dopo aver attraversato periodi emotivamente difficili di rimozione e di rabbia. Accettarsi per quello che siamo diventa fondamentale perché è l’unica strada che ci porta al cambiamento. Amarsi qui ed ora e non rifiutare quello che siamo condizionandoci con inutili stereotipi sociali. A tal proposito Jon Kabat Zinn ci insegna che: “Accettazione non significa che deve piacerti tutto di te o che devi assumere un atteggiamento passivo e rinunciare ai tuoi principi e ai tuoi valori. Non significa che devi essere soddisfatta delle cose così come sono o rassegnata. Non significa che non devi cercare di liberarti delle tue abitudini autodistruttive o che devi tollerare l’ingiustizia, per esempio, e rinunciare a ogni impegno per cambiare il mondo. L’accettazione di cui parlo è semplicemente una disponibilità a vedere le cose così come sono.”
  • Lasciar andare: Ci sono pensieri, sentimenti e esperienze che cerchiamo di evitare, da cui vogliamo proteggerci perché sono spiacevoli, dolorosi o spaventosi. Nella pratica della meditazione, mettiamo deliberatamente da parte la tendenza della mente ad attaccarsi a certi aspetti della nostra esperienza e a respingerne altri. Lasciamo invece che l’esperienza sia quello che è e la osserviamo istante per istante. Il non attaccamento, il lasciare andare, è una forma di accettazione delle cose così come sono.
  • Impegno e autodisciplina: La motivazione all’automiglioramento ci aiuta a praticare con costanza e disciplina. Zinn durante le sedute di Mindfulness afferma: “Ai nostri pazienti fin dall’inizio diciamo loro: «Non occorre che ti piaccia; basta che lo fai. Alla fine delle otto settimane ci dirai se ti è servito oppure no; per ora, quello che ti chiediamo è di mantenere la continuità della pratica.”
  • Visione: La visione secondo Zinn è la capacità di riconoscere ciò che è importante per noi. Che sia un’immagine di salute raggiante, di rilassamento, di amore, di pace, di armonia o di saggezza, dobbiamo coltivarla e renderla stabile dentro di noi. Jung dichiarava: “Il raggiungimento dell’interezza richiede che la persona metta in gioco tutto il proprio essere. Niente che sia meno di questo basta: non esistono scorciatoie, surrogati o compromessi.”

 

 

Dott.ssa Cristina Colantuono

Dott. Gianpiero Strangio

 

 

Bibliografia

Deshimaru T. (1983), La tazza e il bastone. Storie zen, Edizioni SE.

Eido Michael Luethcford (2003), Introduzione al Buddismo, Windbell Publications.

Kabat-Zinn Jon (2006), Dovunque tu vada, ci sei già. Una guida alla meditazione. Ed. Tea.

Kabat–Zinn Jon (2004), Vivere momento per momento, Ed Tea.

Manna A. et all. (2010), Neural correlates of focused attention and cognitive monitoring in meditation in “Brain Research Bulletin”, 82: 46-56.

Moore A., Malinowski P. (2009), Meditation, mindfulness and cognitive flexibility in “Consciousness and Cognition”, 18: 176-186.

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