Il maltrattamento nella coppia disfunzionale alla luce della teoria dell’attaccamento

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In quanti si chiedono perché una donna maltrattata dal partner continui a stare con il suo “aguzzino”?

La cronaca TV o la carta stampata sono piene di foto di visi gonfi, lividi e ferite sanguinanti: cicatrici fisiche che guariranno col tempo. Peggiori sono le foto in cui l’aspetto esteriore è perfetto ma lo sguardo rivela le conseguenze profonde dei maltrattamenti psicologici, altrettanto crudeli e svalutanti per la donna: cicatrici psicologiche che rimarranno indelebili nel cuore.

Perché una donna arriva a quel punto? Farsi maltrattare, picchiare e mettere a rischio la propria sopravvivenza?

Recentemente Asia Argento ha rivela pubblicamente le molestie subite anni fa e la gogna mediatica si è levata forte: “Vittima o manipolatrice? Meglio se stava zitta, tanto capita a tutte! Doveva sapersi difendere da sola! Ha accettato le molestie come scorciatoia per fare carriera”. Una cosa è certa: Asia, come donna, si porta una ferita dentro ed ha mostrato il bisogno di parlarne quando è stato il momento giusto per lei.

E altrettante sono le donne che si portano dentro il trauma della svalutazione e, ancor più grave, l’induzione ad auto svalutarsi, a sentirsi sporche, inferiori, colpevoli… Questo l’obiettivo dei soprusi, ad ogni livello sia esso fisico che psicologico.

 

La teoria dell’attaccamento come possibile risposta?

La psicologia offre una risposta alle difficili domande stimolo ora proposte e sposta l’attenzione indietro nel tempo, a quando si faceva affidamento sul primo e più importante legame con l’altro da sé: la mamma.

Il grembo materno è culla, conforto e riparo e la simbiosi fisica che si crea nell’utero materno con il piccolo continua come legame psicologico anche dopo la nascita.

Un legame studiato dallo psicoanalista Bowlby che, a partire dalle famose ricerche sulle scimmie fatte da Harlow, apportò una rivoluzione epistemologica in ambito psicoanalitico. Egli analizzò infatti il funzionamento del rapporto madre-bambino in diverse situazioni di vita ed evidenziò l’importanza del legame come elemento fondante del loro rapporto psicologico.

Harlow nei suoi esperimenti aveva separato alla nascita dei piccoli di macachi Reshus dalle madri e li aveva allevati con “madri surrogato”: una “madre” aveva un biberon per offrire il latte e un’altra “madre” era, invece, ricoperta da una morbida e pelosa copertina. In tutta risposta, i cuccioli trascorrevano anche 18 ore al giorno con questa seconda tipologia anche se non forniva loro il nutrimento.

Questi esperimenti, avvallati da quelli condotti da Lorenz con le oche, dimostrarono in modo inequivocabile a Bowlby che il legame madre-figli prescindeva dal nutrimento e ne ebbe conferma, in qualità di medico, osservando negli ospedali gli effetti devastanti che avevano sui bambini la perdita o l’allontanamento dei genitori.

Bowlby, e con lui la Ainsworth, approdarono a quella che è poi diventata una “pietra miliare” della psicologia: la Teoria dell’attaccamento, dove l’attaccamento madre-bambino viene inteso come bisogno motivazionale primario. Non escludendo comunque altre figure di attaccamento che, prendendosi cura dell’infante nei suoi bisogni fisici, psichici e di sviluppo, assumono per lui un ruolo altrettanto importante.

 

Qual è il rapporto tra attaccamento e legami patologici?

Tornando ai fatti di cronaca, è utile che le persone tendenti ad accettare e giustificare in tutto il partner, analizzino come si relazionano con l’altro, la propria tendenza a scegliere relazioni sempre uguali nelle modalità e nel funzionamento, come un copione che si ripete. Non è un caso che alcune donne, pur cambiando partner, ne trovino poi un altro con le stesse caratteristiche disfunzionali.

Un legame così profondo come quello di coppia può assumere le stesse caratteristiche del legame madre-figlio, con la sua resistenza e persistenza: il bisogno di una base sicura è così forte per ogni essere umano che, anche nel caso di un legame disfunzionale e dannoso con l’altro, si rimane invischiati.

Un buon legame di attaccamento fornisce una base sicura per il bambino che quindi sviluppa sicurezza in sé, autostima, curiosità, bisogno di esplorare il mondo; al contrario la base insicura, ossia un legame incerto, rende il bambino (e poi l’adulto) un soggetto ansioso, pauroso di perdere l’oggetto d’amore al di là che questo sia buono o meno, ossia che sia psicologicamente salutare; l’angoscia per la perdita del legame è così forte che non lo si riesce a interrompere.

Chi ha quindi sperimentato nell’infanzia un rapporto con figure di attaccamento imprevedibili, discontinue, poco stabili ed anzi intermittenti, avrà fatto esperienza di bisogni mai del tutto soddisfatti e di una relazione confusa e incoerente. Un bambino che vive accanto ad una figura così carente finisce per trovare da solo una spiegazione: “non merito di essere amato” e da adulto finirà per accontentarsi. Cercherà di colmare queste lacune con conferme apparenti, interpretate in modo distorto, idealizzate.

Chi non ha mai vissuto un rapporto equilibrato e sano, si accontenta, per esempio, di un uomo che comunque torna tutte le sere a casa, anche se violento e aggressivo.

 

Cosa fare quindi?

Aumentare la consapevolezza della propria storia, dei propri limiti e dei propri bisogni. La psicoterapia può aiutare in questo, può sostenere nell’elaborazione del passato senza che errori altrui incidano sull’immagine di sé e sul rapporto con il partner, può permettere di individuare quello che è mancato nel passato e come colmare questo vuoto nel presente.

Anche le problematiche relazionali che emergono nelle coppie in crisi possono essere affrontate e risolte: una psicoterapia di coppia può essere utile quando la coppia stessa o uno dei due partner si sente ingabbiato o in crisi in un rapporto non soddisfacente. E’ utile in questo caso iniziare a “lavorare” con un terapeuta esperto sul miglioramento del proprio benessere, per aumentare la propria autostima e il senso di autoefficacia, per trovare lo slancio a quella esplorazione di sé stessi che permette di sentirsi liberi e consapevoli. Una consapevolezza che permette di non sentirsi autorizzato a maltrattare o a farsi maltrattare.

Far luce dentro di sé, ossia vedere le cose per quello che sono, può essere doloroso ma, metaforicamente parlando, far luce in una vecchia cantina permette di mettere le cose a posto, conservare quello che ancora serve e buttare ciò che non è più utile.

Ci vuole coraggio e impegno ma ne vale sempre la pena!

Un coraggio che sorprende per la sua veemenza quando si è arrivati al limite.

Un coraggio che non emerge mai esponendo ad un pericolo di vita.

Un coraggio che si può trovare nelle donne che hanno vissuto lo stesso percorso e ne sono uscite.

Oppure, ancora, un coraggio che si può coltivare grazie ad associazioni che combattono qualsiasi forma di prevaricazione e che perseguono lo scopo di aiutare le donne a riprendere in mano la propria vita, come l’Associazione Artemisia Gentileschi 

 

 

 

Dott.ssa Cristina Colantuono

Dott.ssa Rosa Genovese

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