La Scuola di Palo Alto

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LA SCUOLA DI PALO ALTO

tratto dal libro Psicologia della Comunicazione a cura di Filippo Petruccelli e Valeria Verrastro

Iniziamo questo articolo sulla Scuola di Palo Alto con una citazione di Watzlawick (1976):

“…Certamente la realtà è quella che è, e la comunicazione è solo

un modo di esprimerla o di spiegarla. Niente affatto […] le nostre idee tradizionali sulla realtà sono illusioni che andiamo accumulando per la maggior parte della nostra vita quotidiana, anche al rischio notevole di cercare di costringere i fatti ad adattarsi alla nostra definizione di realtà, e non viceversa. [..] in effetti esistono molte versioni diverse della realtà, alcune contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive, eterne. ”

La svolta epistemologica nello studio della comunicazione al Mental Research Institute di Palo Alto, risulta evidente nella citazione riportata. Comunicazione e realtà divengono inscindibili, non meri strumenti per spiegarsi a vicenda.

Le obsolete scissioni di cartesiana memoria, tra res cogitans e res extensa, tra innato e acquisito, tra oggetto e soggetto delle interazioni, e la complessità dei sistemi che veniva emergendo, non potevano più convivere né tanto meno la loro incompatibilità poteva essere ignorata. Queste rigide antinomie avevano invischiato lo sviluppo di teorie meno deterministiche in pirotecniche quanto sterili controversie. Già Bateson nei metaloghi (ovvero conversazioni su un argomento problematico che l’autore immagina avvenire tra una bambina e suo padre) di “Verso un’ ecologia della mente”, accusava la psicologia di essersi cristallizzata intorno a concetti come istinti, pulsioni, energie, che più che portare alla scoperta della mente, ne adombravano i meccanismi anche più semplici (Bateson, 1999).

Cosa, dunque, differenzia la scuola di Palo Alto dalle precedenti teorie della comunicazione? Basterebbe riflettere sul primo assioma della comunicazione enunciato da Watzlawick, per trovare una facile risposta: non si può non comunicare. Sembrerebbe scontato, ma la genialità di un pioniere, in qualsiasi ramo della conoscenza umana, si rivela proprio nello scoprire concetti apparentemente semplici, e nel porli alla base di teorie sempre più complesse. Analizzeremo in questo capitolo i contributi di Paul Watzlawick  e di Gregory Bateson nello sviluppo della teoria della comunicazione del Mental Research Institute nella scuola di Palo Alto, nonché l’apporto di Jay Haley alla teorizzazione e all’applicazione psicoterapeutica della comunicazione suggestiva.

Due concetti cardine: Il sistema e i due livelli di realtà

Tra i tanti concetti innovativi nello studio della comunicazione, due assumono una rilevanza centrale per lo sviluppo delle teorie di questi autori: il concetto di sistema e le realtà di primo e di secondo ordine.

Il sistema 

La visione sistemica della realtà diviene un concetto irrinunciabile nelle teorie sviluppate dalla scuola di Palo Alto. L’individuo vive in stretta relazione con l’ambiente che lo circonda e ciò fa di lui un sistema aperto. Pertanto l’interazione continua con l’ambiente, rende un insieme inscindibile individuo e contesto, una totalità che non equivale alla semplice somma delle sue parti e che non può essere definita come l’incontro di due realtà “ermeticamente chiuse”. Ciò può essere facilmente spiegabile con l’esempio dell’idrogeno e dell’ossigeno che, una volta legatisi, assumono le proprietà nuove e diverse contenute nell’acqua. La conseguenza della stretta interdipendenza che ne deriva, è che se si ottiene  un cambiamento anche minimo in qualsiasi punto del sistema, si avranno ripercussioni sull’intera organizzazione uomo-ambiente. In questo senso è notevole l’influenza del concetto di retroazione proposto dalla cibernetica.

Nei sistemi, vi sono meccanismi che propendono verso l’omeostasi del sistema, e cioè tendono a mantenere un equilibrio di base, e a non considerare i tentativi di correzione provenienti dalle informazioni in entrata. In questo caso si parla di retroazione negativa. La retroazione positiva, invece, si ha quando le informazioni in entrata si accrescono nella stessa direzione del cambiamento. Ai fini di una terapia risulta di notevole importanza la comprensione di tali meccanismi. La consapevolezza che i risultati possono essere raggiunti partendo da elementi diversi del sistema e che svolgono funzioni differenti di retroazione, apre alla psicologia orizzonti inaspettati. Nell’evolversi di una psicoterapia strategica (tema ampiamente trattato nel seguente capitolo), l’utilizzo delle metafore permette di agire focalizzandosi su elementi diversi del sistema, in modo più rapido ed efficace, aggirando elementi difensivi tesi all’omeostasi, come la resistenza al cambiamento.

Gli individui che comunicano, quindi, appartengono a contesti multipli e le relazioni che essi stabiliscono sono condizionate sia dal contesto nel qui ed ora dell’interazione, che dalle relazioni tra i diversi sistemi d’appartenenza. La comunicazione, in questo senso, non può più essere considerata come la semplice addizione tra emittente e ricevente: essa si attua invece con la compenetrazione di sistemi più ampi e di sottosistemi, che durante l’interazione incidono in maniera dirompente sulla sua evoluzione. Durante una semplice conversazione, ad esempio, potrebbe essere l’influenza della cultura, della posizione sociale, dell’appartenenza al proprio contesto familiare, ad influire sull’esito dei processi di codifica e di decodifica del messaggio.

Realtà di primo e secondo livello

Le distinzioni tra realtà di primo e di secondo livello sono d’importanza cruciale nel modello pragmatico della comunicazione.

La differenza sostanziale tra i due livelli è che la nostra percezione della realtà differisce dalle interpretazioni che diamo di essa. La percezione che abbiamo di un qualsiasi oggetto, anche il più semplice, può essere la stessa rispetto alle persone che ci circondano. Ma ciò che è alla base del nostro modo di comunicare intorno a queste percezioni, non è la loro conoscenza oggettiva, ma il significato che noi attribuiamo all’oggetto in questione.

E’ di queste interpretazioni che si alimenta l’interazione tra più individui ed è sempre su queste che si co-costruisce la realtà. Di essa, non esiste un’unica versione e solo se vi è un accordo effettivo tra i soggetti interagenti sulle molteplici variazioni che la possono caratterizzare, può sussistere la comunicazione.

Nell’analisi della comunicazione in ambito psicologico, dunque, non ci si può esimere dall’evidenza che si agisce sempre sulle modalità di costruire la realtà con altri modi di interpretarla, quindi su e con realtà di secondo ordine.

A ben vedere, la psicologia stessa altro non è che un  prisma di “supposizioni, convinzioni e credenze che sono parte della nostra realtà di secondo ordine e, quindi, sono costruzioni della nostra mente ” (Watzlawick, Nardone, 1997).

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