La Comunicazione patologica e i doppi legami

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Ci siamo lasciati nell’ultimo articolo con l’analisi dei 5 Assiomi della Comunicazione. Continuiamo il nostro percorso alla scoperta della comunicazione affrontando il tema della Comunicazione patologica e doppi legami.

Bateson dedicò la propria indagine, insieme con Haley ed altri, alle forme del linguaggio schizofrenico che sembravano non aver senso. La riflessione che diede la spinta allo studio delle forme psicotiche della comunicazione, può rintracciarsi nella convinzione del gruppo di Palo Alto che esse dovevano essere in un certo senso “appropriate” al contesto del soggetto, quindi assolvere la funzione di unica comunicazione possibile con l’ambiente circostante. Bateson è giustamente indicato come il pioniere della teoria sistemica applicata alle psicopatologie, considerate come visioni della realtà distorte dai processi comunicativi. Per primo egli considerò il messaggio come informazione relazionale, avente sia una struttura propria che una determinata dall’ambiente, e ancora più in generale determinata dalla cultura.

Bateson credeva fermamente nel valore del contesto dell’interazione. Affermava che anche le piante, ad esempio, non potevano esimersi da questo processo. Infatti per decodificare le informazioni dai cromosomi, si chiedeva, doveva esistere  una forma di linguaggio tra i vari tessuti e geni, e di conseguenza avere una struttura contestuale comune. Se non si trovassero nello stesso contesto, non potrebbero essere in comunicazione. Inoltre, doveva poi esserci una corrispondenza tra l’ambiente e il ricevente. Questo esempio dimostra che senza analizzare il contesto della comunicazione, oltre che lo scambio d’informazioni tra emittente e ricevente, non esisterebbe  comunicazione. I tessuti non potrebbero decifrare i dati dai cromosomi senza una forma contestuale, e la stessa pianta non potrebbe esistere.

Negli essere umani, ovviamente, la comunicazione diviene ancora più complessa. Anche Bateson si focalizza sulla differenza tra comunicazione enunciativa, ciò che le parole dicono e descrivono e il loro aspetto di relazione: la metacomunicazione. Durante i giochi degli animali, ad esempio, esiste una metacomunicazione in cui l’atto del mordere non sta per il morso vero è proprio. Esso comunica: “Questo è un gioco e siamo in un contesto diverso da quello del combattimento dove il morso provoca dolore ed è indice d’aggressività”.

Questo tipo di comportamento è essenziale per comprendere cosa accade anche nella comunicazione umana. Le persone si trovano spesso in difficoltà nel decifrare i segnali metacomunicativi del linguaggio, mentre può essere di una certa facilità interpretare i segnali di contenuto. Bateson utilizza l’esempio del sogno per descrivere la difficoltà dell’affermare mentre si dorme: “Questo è un sogno”, ed inquadrare così il contesto stesso dell’attività onirica.

L’inquadramento contestuale rappresenta il fulcro del lavoro di Bateson con i pazienti schizofrenici. Egli afferma che in questa tipologia di pazienti, la struttura astratta e metaforica del linguaggio non viene compresa, in quanto la capacità di discriminare i segnali metacomunicativi è altamente compromessa.

L’aneddoto curioso riportato da Bateson è quello di un paziente ricoverato in un centro d’igiene mentale che, passando tutti i giorni davanti la porta d’entrata della direzione, bussava e se n’andava. Questo comportamento poteva essere considerato apparentemente senza senso, ma non era così. Sulla porta, infatti, vi era un avviso che recitava: “Ufficio del direttore: si prega di bussare”(Bateson, 1999). Questo è ciò che intendeva Bateson per compromissione delle capacità metalinguistiche, dove l’astrazione, la metafora, è trattata come una comunicazione reale e concreta.

Lo schizofrenico possiede tre caratteristiche principali che distorcono la  comunicazione:

  • ha serie difficoltà nel percepire il corretto messaggio che gli altri gli comunicano;
  • non riesce a dare una valenza significativa a processi individuali come il pensiero, la percezione e le sensazioni; 
  • non riesce ad assegnare un’inquadratura contestuale ai segnali che emette lui stesso.

Come si può giungere ad una così grave forma di distorsione del significato linguistico? La teoria del doppio legame, elaborata dall’autore dopo anni ed anni di scrupolosa osservazione di questi pazienti e delle loro famiglie, prevede che il paziente si sia trovato continuamente esposto a vincoli comunicativi che lo lasciavano senza vie di fuga. Il doppio legame può avvenire solo durante le interazioni tra figure d’importanza primaria e che provano reciprocamente la consapevolezza del non poter fare a meno l’uno dell’altro. Esso è composto da due ingiunzioni che si escludono a vicenda, e da una terza che vincola il soggetto:

  • l’ingiunzione primaria è caratterizzata da una negazione (“non comportarti così”);
  • l’ingiunzione secondaria, che spesso viene espressa attraverso canali non verbali, esclude la prima ad un piano diverso d’astrazione (“non dubitare dei miei sentimenti verso di te”);
  • vi è anche un’ingiunzione terziaria, che non permette all’individuo di sottrarsi a questi vincoli senza contravvenire a ciò che sente e prova in una situazione insostenibile. 

Ad esempio, se la madre, infastidita dalla sua presenza, dice al suo bambino: “Non giocare qui. Vai in un’altra stanza, così sei più tranquillo”, lo immette in una situazione paradossale nella quale, qualsiasi sia la scelta, il bambino si ritrova nella situazione costrittiva di andare contro i suoi sentimenti. Restare accanto alla madre, pur sentendosene rifiutato, gli provocherebbe sensi di colpa. Allontanarsene, andrebbe contro la sua volontà e il suo naturale sentimento di dipendenza.

Le reazioni allo stato di disagio possono essere diverse, ma quelle che caratterizzano lo schizofrenico, sono il rifugio in altre realtà attraverso l’espediente di ritenersi un’altra persona. Così facendo, la sofferenza è spostata su di un’altra persona non reale e l’individuo si avvia verso l’inversione fantasia- metafora-realtà. Pertanto le metafore, le astrazioni, le fantasie non possono più assolvere il compito metalinguistico che compete loro ma sopravvivono in una forma concreta di realtà. 

Bisogna rilevare, però, che l’essere posti di fronte a questi dilemmi, non è condizione sufficiente a sviluppare uno stato patologico. Ci sono miriadi di fattori che possono incidere sul suo sviluppo, a partire da caratteristiche genetiche fino a quelle contestuali, dalle risorse personali a quelle relazionali, e alla continuità dell’esposizione a tali paradossi comunicativi.

L’utilizzo del doppio legame può avere anche una valenza curativa quando si pone il paziente di fronte a doppi vincoli “terapeutici”. Egli può imparare a reagire in modo differente rispetto al suo passato.

Come può essere giustificato l’effetto terapeutico del doppio vincolo, se durante l’interazione con una figura significativa, può produrre effetti così devastanti? Bateson formula che ciò avviene perché il terapeuta non prova che il paziente sia indispensabile nella sua vita. Il non rispetto di questa condizione basilare del doppio legame può portare alla luce la funzione curativa del doppio vincolo. Ciò vale a dire che il procedimento terapeutico consiste essenzialmente nel modificare l’apprendere le regole della comunicazione (Bateson, 1999). Il fatto poi che questo debba essere utilizzato secondo obiettivi sistematici e strategici, sarà una conquista solo dell’ultimo mezzo secolo.

Qualsiasi terapia che si vuole definire sistemica, infatti, deve in ogni caso tener conto del fatto che si agisce ad un livello metacomunicativo, più che sulle percezioni delle realtà di prim’ordine. Non vi sono regole e comportamenti da cambiare ma il modo d’apprendere le regole, quindi il contesto nel quale vengono acquisite. In questo senso la terapia assume i caratteri del gioco giacché si svolge in una diversa struttura contestuale, dove l’utilizzo dei contro paradossi si rivela il più utile strumento per i cambiamenti di secondo ordine. 

I sentimenti provati, i comportamenti agiti, i compiti cognitivi svolti durante una terapia, non sono equivalenti a quelli della vita quotidiana, così come il morso del gioco non è uguale a quello della lotta.  

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